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A Venezia tra vincitori, vinti, lacrime e cadute di stile

Aleksandr Sokurov jpg
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A Venezia trionfa il buonismo e la lacrima facile. Eccezion fatta per il superbo Faust di Aleksandr Sokurov che, tra premi di consolazione, vincitori morali e le splendide ciabatte infradito di Michael Fassbender – indelebili nella memoria delle giornaliste di moda che lo condanneranno a girare a piedi nudi in uno dei gironi danteschi –, si aggiudica il Leone d’Oro. Per il resto la critica cinematografica sembra essersi lasciata andare a moti compassionevoli nei confronti di poveri, bisognosi e disastrati: in due vincono il premio per l’attore emergente, il Mastroianni, Fumi Nikaido e Shòta Sometani, giapponesi, nemmeno a dirlo, protagonisti del film Himizu, che racconta della desolazione e difficoltà del popolo nipponico post tsunami. Il premio per la sceneggiatura se l’è aggiudicato, invece, Alpis, più che un film una vera tragedia (greca), di Yorgos Lanthimos.
Ma non solo. Ancora film strappalacrime che raccontano le storie difficili degli immigrati. Là-bas di Guido Lombardi ha vinto il premio Leone del Futuro: partendo dalla strage di africani a Castel Volturno, traccia un disegno realistico di quelle che sono le condizioni di vita degli africani nel nostro paese e narra dell’amara disillusione una volta raggiunto il continente europeo. Sulla stessa falsariga A Chjàna di Jonas Carpignano, premiato come miglior corto nella sezione Controcampo italiano, incentrato sulla storia di un immigrato che cerca di ricongiungersi al suo migliore amico, dopo le rivolte di Rosarno, nel reggino. Come vincere facile, insomma.
E se i film che premiati c’hanno fatto tanto piangere, medesima reazione hanno provocato molti dei look sfoggiati, tra flash dei fotografi e fan urlanti, sul tappeto rosso.
Ci si chiede come a persone solitamente abituate a risplendere sotto la luce dei riflettori possa balzare in testa di percorrere il red carpet con un abito rosso: Anna Falchi e Cindy Crawford su tutte. La prima in vestito satin con generosa scollatura e ampia balza della collezione prefall di Moschino, la seconda con un monospalla rubino ricoperto di paillettes di Roberto Cavalli. Se volevano passare inosservate mimetizzandosi al tappeto, ci sono riuscite. Ma lo scopo non era quello di farsi vedere e abbagliare? La stessa idea geniale è venuta a Carolina Kostner che alla premiere del film di William Friedkin Killer Joe ha osato un abito color papavero sempre di Roberto Cavalli.
E se la Falchi e la Crawford sono tutt’uno con il red carpet, impossibile non notare, rimanendo attoniti, la mise di Bianca Brandolini D’Adda. La giovane fidanza di Lapo Elkann, campionessa di stile e incontrastata icona d’eleganza, che deve essersi fatta traviare dai guisti eccentrici del fidanzato, tramortisce tutti con un improbabile abito lungo firmato da Gian Battista Valli in tessuto animalier (da relegare alle serate da rimorchio e sconsigliare in occasioni patinate) piumato. Ci si chiede ancora a quale raro animale Valli abbia strappato quelle piume. Dieci per il coraggio a Valeria Marini che, da vera diva, dispensa baci e sorrisi accesi dal solito rossetto rosa shocking e affronta la passerella strizzata in un abito nero, firmato da lei medesima in persona, con vertiginosa scollatura sulla schiena e trionfo di paillettes brillanti: a) non potrebbe permetterselo b) è veramente troppo con quello scintillio di paillettes e swarovsky punti luce, ma lei lo indossa come se fosse Anita Ekberg ne La Dolce Vita. Eleggiamo regina di stile per questa edizione del Festival di Venezia la raffinata Gwyneth Paltrow in total look Prada, con abito rosa cipria con scollo all’americana e lunghi capelli che le ricadono in morbide onde su una spalla. Superbe anche Keira Knightley in abito Valentino Haute Couture, color oro, lungo e ricamato, dal sapore retro e Andrea Riseborough con un vestito giallo pallido, con principesca gonna ampissima incrostata di ricami e swarovsky di Dior Haute Couture.
E se è vero che le donne non si sono risparmiate, le soddisfazioni più grosse ce le hanno date gli uomini. Vedere Michael Fassbender durante il photocall è stato un colpo al cuore. Per due motivi. Il primo per i mancamenti che il ricordo delle sue scene di nudo, con B-side e A-side a vista in Shame e Contagion, hanno provocato. Il secondo per le orride ciabattine di gomma che lo sventurato ha dimenticato di togliersi dopo aver fatto la doccia. Spettacolo che non possiamo perdonare nemmeno ad uno splendore d’uomo come lui. Il Festival degli orrori prosegue con le scarpe lerce e usurate di Steven Soderbergh, che facevano capolino sotto l’orlo dei pantaloni di un abito altrimenti impeccabile. La mamma avrebbe dovuto insegnarli che le scarpe vanno sempre lustrate la domenica prima di andare a messa. Figuriamoci sul red carpet. E se Fassbender ha dimenticato di infilarsi le scarpe, Rutger Hauer ha scordato direttamente di vestirsi e si è presentato al Lido di Venezia in maniche di…pigiama. Quando la classe non è acqua. (Pinella Petronio)

Tags: Moschino, Prada, roberto cavalli

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