Style

Nel mondo di Antonio Marras

I'M Isola Marras (courtesy Francesca Scarabelli)
I'M Isola Marras (courtesy Francesca Scarabelli)

Poeta e artista visionario, Antonio Marras è l’altra faccia della moda. Distante dal glamour patinato e dagli eccessi di tanta parte del fashion system, ha scelto di raccontare una storia fatta di abiti e tessuti, che si genera dal continuo rapporto dialettico fra mondo dell’arte e mondo della moda. Innamorato della sua Sardegna, l’isola in cui è nato, come Orfeo della sua Euridice, ha scelto di vivere e lavorare lontano dai riflettori, in campagna, tra ulivi e mare, vicino alla città di Alghero che gli ha dato i natali. Direttore creativo di Kenzo fino a luglio del 2011, si dedica adesso totalmente alle sue creature: Antonio Marras, omonima maison, e I’M Isola Marras, seconda linea del brand.

- Cosa significa essere nati su un’isola?
E’ la domanda che mi viene rivolta più frequentemente, ma rispondo sempre volentieri forse perché mi permette di parlare…di un’isola! La Sardegna, però, è un’isola straordinariamente affascinante. Si trova al centro del Mediterraneo, in una posizione privilegiata che nei secoli l’ha resa teatro di guerre e massacri, violenze e sopraffazioni ed è stata anche crocevia di scambi, incontri e confronti con tanti popoli. La nostra è una delle aree più stratificate d’Italia e può dirsi che qui siano arrivati tutti – dai Fenici ai Punici, passando per Greci, Bizantini, Arabi, Catalani – e tutti hanno voluto lasciare i loro segni, cercando spesso di oscurare, cancellare, ridurre a cenere le precedenti tracce. Un’isola fin dall’antichità celebrata ed esaltata, amata e odiata, cercata e rifiutata, offesa, violata e tradita. Per me la situazione è ancora più complessa. Non solo sono nato e cresciuto in un’isola, la Sardegna, ma in una città, Alghero, che è un’antica fortezza sul mare e nella lingua, nelle tradizioni, nella cultura conserva ancora il suo passato di città catalana, unica in Sardegna e in Italia, un’isola nell’isola. E come se non bastasse, abito in campagna, in una casa su una collina, tra ulivi e mare: la mia isola personale. In realtà, “isola” significa “nel mare” e il mare per me, fin da piccolo, rimanda all’idea di movimento continuo, agitarsi di onde, scorrere, affrettarsi, andare, venire. Il mare è libertà, non “isola” affatto la terra che circonda anzi  invita a continue scoperte . Dal mare arrivano gli influssi che rigenerano continuamente la vita dell’isola, la spingono verso l’esterno e poi la riportano indietro continuamente rinnovata.

- Si dice che gli abitanti delle isole vogliano sempre tornare a casa. Come mai?
Ciò che succede a me credo succeda a tutti, sin dall’antichità. Nessuna isola fu amata e cantata come Itaca da Ulisse. Eppure Ulisse è il simbolo del desiderio di conoscere che spinge l’uomo verso altre terre e altri popoli, senza dimenticare la propria terra e portando sempre con sé, nel cuore e nella mente, il ritorno.

- A parte la Sardegna, c’è un posto nel mondo che considera casa?
Non ho dubbi: New York, “la città in piedi” di Céline, piena di contraddizioni e popolata da mille etnie. Luci, colori, suoni, musica, grandi facciate di vetro che riflettono i raggi del sole creano un’atmosfera unica dal fascino segreto, indescrivibile. In ogni momento, in ogni angolo  accostamenti inconsueti rivelano un’anima multiforme, come se la città avesse in sé tutto il mondo e tutta l’umanità. Ci sono stato più volte e l’impressione è sempre quella di vivere in un film!

- La collezione per la Primavera/Estate 2012 di Antonio Marras si ispira agli abiti delle serve di Genet, come mai questa scelta?
Il mio lavoro parte spesso da sollecitazioni letterarie. All’insegna di frammenti d’identità da recuperare, di storia personale e collettiva da riscrivere e raccontare sotto le spoglie di effimeri indumenti. Ho pensato a un personaggio ricorrente nella storia, nella letteratura e nell’arte  di ogni tempo, la donna ancella, schiava, serva, servetta. Scrittori, poeti e artisti ne hanno messo in luce  contraddizioni e conflitti, odi e amori, aspirazioni e desideri inconsapevoli, illusioni e delusioni, frustrazioni, e tradimenti, ponendola al centro delle loro opere e caricandola di valenze simboliche e  connotazioni inaspettate. In tal senso, il testo di Jean Genet è esemplare: mette in scena un grottesco e inquietante gioco delle parti e degli specchi condotto con malcelata perversione fino alle estreme conseguenze. “Il più straordinario esempio  di rovesciamenti d’essere e d’apparenza, d’immaginario e di realtà”, secondo Sartre; uno straordinario imbroglio, un folle intrecciarsi di apparenze, un sovrapporsi di rovesciamenti che rimandano senza tregua dal vero al falso, dal falso al vero, insomma una macchina infernale, secondo Genet,  che si ispira a un fatto di cronaca che negli anni Trenta scuote l’opinione pubblica francese: due sorelle, Christine e Lea Papin, domestiche presso una famiglia  benestante, uccidono la padrona di casa e sua figlia. Due sorelle, due serve che cercano di esorcizzare quanto è loro negato: Christine si fa signora, ne imita i gesti, li esaspera e così fugge da se stessa, immedesimandosi proprio nel personaggio che la rifiuta, che la esclude e finisce col rifiutare se stessa. Si trova davanti a uno specchio che le rimanda un’immagine che è solo apparenza, si frantuma in un’infinità di “io” altri da sé che negano l’identità, in un  ostinato e ossessivo rimando di essere, non essere e voler essere. Il teatro e la stanza-spazio scenico sono i luoghi dell’illusione. E questo mondo ho voluto  far vivere in quel  palcoscenico che è la sfilata.

- Invece, la collezione 2012 I’M Isola Marras è un’ode al Giappone. Nostalgia di Kenzo?
Nostalgia è una parola grossa! Deriva da nostos, ritorno, e algos, sofferenza. Mi piace molto risalire all’origine delle parole! E’ il desiderio doloroso del ritorno, il desiderio forte e pressante di chi si è allontanato dalla propria terra, da persone e  cose  care e  non riesce – o non può – ritrovare la via del ritorno. Nessuna nostalgia! La mia terra, il mio mondo sono stati sempre con me in quella che ho vissuto come un’avventura, un viaggio straordinario, anzi una tappa di un viaggio verso tanti altri porti.

- Cosa del Giappone ritroviamo nella collezione I’M Isola Marras?
Il Giappone mi affascina completamente. La cultura, la storia, gli haiku, il kimono, i fiori, l’insularità, tante cose in comune con la Sardegna.

- Un tripudio di colori. Le donne si sono stancate del little black dress?
Non credo proprio. Il little black dress rimane un classico, ma oggi è anche forte il bisogno di “vestirsi di colori” e i colori finalmente possono esprimere tutta la loro forza comunicativa, emotiva e simbolica e sprigionare energie e significati.

- Molti la definiscono un poeta. Come si fa a coniugare l’arte con la moda?
Alcuni dicono che sono un poeta, ma io penso ai poeti che sto rileggendo, e riscoprendo, con i miei figli e questa definizione ovviamente mi imbarazza. Chi è il poeta? Un decifratore di simboli, un veggente, un fanciullino? Certo rifiuta le regole logiche di conoscenza della realtà, viola i codici, libera tutti i sensi, tutte le facoltà immaginative e dà voce all’inesprimibile. Io, però, lavoro con gli stracci, il poeta con le parole; lui compone i testi, io i tessuti. A pensarci bene, testo e tessuto rimandano entrambi al latino textum (tessuto, intrecciato) e sono entrambi il risultato di un lavoro d’intreccio: lì, di fili di lana o cotone, qui di parole; entrambi sono un insieme organizzato di segni che hanno la funzione di comunicare, dire, narrare. Sicuramente sento vicino uno dei tratti distintivi del linguaggio poetico:  lo scarto linguistico, la violazione  delle regole grammaticali e sintattiche, l’uso libero e personale delle parole, scelte, combinate, accostate in modo inconsueto così da creare giochi analogici, sinestetici, e provocare esplosioni di significato. Questo, dicono, faccio anch’io con i tessuti. Sono un poeta? Sono un artista? Non so, ma le incursioni nell’arte fanno parte di me. Del resto, da sempre, per chi lavora in questo campo, l’arte è stata fonte privilegiata di ispirazione  e vi è uno stretto confronto dialettico tra mondo dell’arte e mondo della moda. Molti parlano di abolizione dei confini tra i due territori, altri discutono se sia l’arte ad ispirare la moda o la moda l’arte. E’ un lungo discorso: si tratta di due realtà che s’incontrano e scontrano, alimentandosi reciprocamente.

- Lo stile è…
Sentirsi a proprio agio.

- Se non fosse stato un designer, cosa sarebbe stato?
Mi attrae moltissimo il cinema, forse perché è una forma d’arte eterogenea, che si esprime  attraverso  molti linguaggi e codici visivi, sonori, narrativi. Mi sarebbe piaciuto curare alcuni aspetti come la fotografia, la scenografia o forse anche la narrazione e il montaggio. Il testo filmico mi affascina ed emoziona proprio per la sua particolarità e la sua complessità. “Il cinema” – scrive Di Giammatteo – “ha rivelato, e congelato, il volto dell’uomo. Lo ha colto in movimento, nella sua vita autentica, e lo ha scaraventato nel mondo immaginario della pellicola. L’uomo è divenuto Alice nel paese delle meraviglie, ed è, anche, Alice che si vede, ed è veduta, attraverso lo specchio”. (Pinella Petronio)

Tags: Antonio Marras, Primavera/Estate 2012

Vota
1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle2 voti
Stampa |

Invia a un amico





Invia a un amico

Lascia un commento