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Techno Luxury 2009, Matteo Cordero di Montezemolo: «Qualità, servizio e lealtà verso il cliente»

Matteo Cordero di Montezemolo
Matteo Cordero di Montezemolo

«Oggi il consumatore è molto più attento e bisogna essere molto onesti e molto leali nel comunicare il valore dei propri prodotti: qualità, materie prime pregiate, innovazione e investimento». E’ chiaro e va dritto al punto Matteo Cordero di Montezemolo, vicepresidente di Poltrona Frau Group (che controlla. Tra gli altri, anche i marchi Cappellini, Alias, Cassina) e Ceo di Charme Investments; quando dal Ritz Carlton di Berlino parla ai partecipanti di Techno Luxury 2009, il summit dell’International Herald Tribune, tratteggiando le nuove sfide del mondo del design e spiegando come tecnologia e artigianalità stanno cambiando il mondo degli interni. Una sfida da affrontare mantenendo il focus su qualità e clienti. «Noi vogliamo essere molto aperti nei confronti dei nostri consumatori. Facciamo vedere loro le fabbriche dove realizziamo i nostri prodotti, perché possano toccare con mano quello che vedono nei negozi o su una pagina pubblicitaria», dice Montezemolo che a Berlino arriva dall’India, da Mumbai, dove Poltrona Frau è presente insieme al gruppo di Ratan Tata. Una partnership nata un anno fa e che segue quella con il gruppo Mubadala ad Abu Dhabi. «Non si può andare in certi mercati da soli», spiega Montezemolo che a margine del suo intervento spiega in questa intervista a LuxRevolution, quali sono i mercati più promettenti per il suo Gruppo e il made in Italy: «Il Brasile è un mercato molto interessante, mentre la Cina è sicuramente quello più difficile in cui imporsi per l’evidente problema delle copie e per la cultura locale. Siamo ad Abu Dhabi da un anno e mezzo, in India da un anno. Abbiamo tutta l’energia concentrata su questi due paesi. E se facciamo bene in queste due realtà direi che va più che bene rispetto agli obiettivi che ci siamo posti», dice Montezemolo.

A Techno Luxury si è parlato di lusso e tecnologica: che opportunità offrono i media digitali per comunicare il valore intrinseco di un prodotto di alto livello?
E’ un’opportunità straordinaria e ci stiamo lavorando. Stiamo realizzando un nuovo portale di gruppo che presenteremo il prossimo anno, anche se non vogliamo che questo strumento sia l’unico. Per noi la prova fisica del prodotto è la vita. Il negozio per questo diventa un luogo centrale per far vivere questa esperienza.

Come deve essere lo showroom ideale?

Deve essere prima di tutto un luogo per lavorare con gli architetti e con i clienti. Il prodotto va provato, si va in negozio con una piantina di quella che dovrà essere la propria casa. Bisogna far sì che gli spazi siano accoglienti. Per noi lo showroom è un vero e proprio luogo di lavoro che deve essere perfetto dal punto di vista estetico ma anche molto funzionale.

Pensa che il concetto di “lusso accessibile” sia definitivamente tramontato con questa crisi e stiamo ritornando al “vero lusso” con un maggior focus sulla qualità dei prodotti e sull’esclusività? O viceversa pensa che il concetto di lusso sia da riformare totalmente secondo nuovi dettami di eticità e sostenibilità?
Questa è una domanda che ricorre spesso in questo periodo, ma non mi piace generalizzare. Quello che penso è che oggi vinca per ciascuna azienda l’essere molto chiari in quello che si fa: il proprio posizionamento, chi sono i clienti di riferimento, come ci rivolge loro, essere leali nei loro confronti. Oggi bisogna dare prodotti fatti bene, con materie prime pregiate, che nascono dalla propria fabbrica. Secondo me questo è il lusso corretto che ogni azienda deve trasferire ai suoi clienti.

Tra residenziale e contract quale dei due segmenti ha retto meglio il difficile momento economico?
Sicuramente il contract perché è più anticiclico. I progetti che si arredano oggi sono stati presi un paio d’anni fa, quando è partita la commessa. Ma anche il portafoglio contract che abbiamo per i prossimi anni è soddisfacente. Il residenziale come tutti i settori ha sofferto, per quello che ci riguarda meno però rispetto al nostro mercato di riferimento. Quando hai un brand molto forte, comunichi bene con i tuoi negozi, hai prodotti fatti bene e al giusto prezzo, sicuramente soffri la crisi ma non vieni travolto come gli altri.

In questo senso quanto conta “fare Gruppo” in momenti di questo tipo?
I nostri valori sono trasversali tra un’azienda e l’altra e tra un brand e l’altro e sicuramente facciamo sinergia a livello industriale, ma siamo molto competitivi sui prodotti tra un’azienda e l’altra. Non ci sarà mai un designer che lavora per un’azienda e per un’altra o una pagina di pubblicità con tutti i marchi insieme. C’è molta competizione tra le aziende del nostro Gruppo.

Il made in Italy è ancora sinonimo di qualità nel mondo o la sua percezione è un po’ appannata?

Io credo che in questo i media giochino un ruolo molto importante, perché sono il vero tramite tra le aziende e i clienti. A loro va il compito di capire come vengono fatti i prodotti, dove sta la qualità in questo mondo che oggi è molto confuso. E’ un ruolo importante.

Con il suo Gruppo lei rappresenta alcuni dei più importanti marchi italiani di design: quali sono le sfide che il design italiano dovrà affrontare nei prossimi anni?

La sfida più importante per me è rispettare il proprio cliente di riferimento dandogli dei prodotti contemporanei, ecocompatibili, di qualità. Prodotti che se si rovinano possono essere riparati sempre e in ogni parte del mondo. Su questo aspetto stiamo lavorando molto e stiamo mettendo a punto un progetto con Poltrona Frau che porterà le nostre squadre in tutto il mondo a riparare quei danni causati dai piccoli incidenti quotidiani che capitano normalmente ai prodotti di arredamento. E poi l’altra sfida grande è quella di pensare sempre al futuro, a creare prodotti capaci di restare attuali anche tra 50 anni. Noi non vendiamo una cravatta, una giacca, che magari è figlia del trend del momento. Noi vendiamo prodotti che sono fuori dalla moda. La Vanity Fair, il prodotto simbolo di Poltrona Frau, è immutata dagli anni ’30. Noi dobbiamo raccogliere la sfida di creare la Vanity Fair dei prossimi 50 anni.

Anche l’ecosostebilità è uno dei temi caldi del design e dell’abitare. Secondo lei i consumatori oggi hanno gli strumenti per percepire quali marchi lavorano in maniera veramente responsabile e quali invece fanno del semplice «green washing»? Come è possibile aiutare i consumatori ad orientarsi in questo senso?
Ancora non c’è nessuno che lavora in modo veramente e totalmente ecocompatibile. Ci sono tante parole, c’è un fenomeno di marketing, ma ancora bisogna raggiungere quel traguardo. In tanti ci stanno provando e anche noi stiamo lavorando molto in questa direzione. E’ una sfida ambiziosa.(Jarvis Macchi)

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