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Gioielli, il design per innovare
Design e gioiello. Due mondi differenti che possono legarsi per migliorarsi. Il come lo insegna Alba Cappellieri, architetto e designer, ai suoi studenti del corso di Storia dell’ Architettura e del Design e Design del Gioiello della Facoltà del Design del Politecnico di Milano. Il punto di partenza è definire bene i rispettivi mondi. L’obiettivo è innovare la tradizione, rendendo più moderna l’artigianalità che fa dell’Italia il primo produttore al mondo di gioielli.
Partiamo dal significato di design, parola spesso abusata. Cosa si intende per design?
Per i più design è semplicemente una scelta stilistica, ovvero una sedia, un gioiello, un hotel più contemporanei nei materiali e nelle forme che si contrappongono a una sedia, un gioiello, un hotel più tradizionali. Wengè contro mogano, acciaio contro oro, minimal contro classico e così via. In questo caso il design non conta nulla, è solo uno “stile”, uno dei tanti, e come tale legato alla stagionalità del gusto dettato dalle mode del momento. Se per design invece intendiamo una metodologia che può migliorare prodotti, processi, servizi e relazioni di un’azienda e aumentarne il vantaggio competitivo allora conta enormemente. Il problema è che oggi il design si usa e consuma in luoghi tradizionalmente distanti da quelli originari o deduttivi, tanto da produrre oggetti che non rispondono più a funzioni o bisogni ma si configurano come forme sofisticate di packaging.
L’applicazione del design al gioiello in che cosa consiste? Cosa si intende per “gioiello di design”?
Storicamente il gioiello tradizionale era fondato su materiali come metalli e gemme preziose il cui valore era commerciale. Si trattava di un valore materiale legato a un idea del gioiello come investimento, pensato per un tempo eterno, da tramandare per generazioni . A partire dagli anni Sessanta, soprattutto con la ricerca degli olandesi e degli inglesi, alla concezione materiale del gioiello se ne è affiancata una emozionale che all’ambizione dell’eternità preferiva il piacere dell’effimero. Si è così imposto un gioiello che dava valore alle componenti intangibili espresse dal progetto. Il design, appunto. Oggi il design del gioiello include tanto il prodotto quanto i processi e i servizi, dalla produzione alla distribuzione, dal punto vendita al packaging. Per formare designer capaci di affrontare a 360 tutti gli aspetti progettuali della filiera orafa al Politecnico abbiamo istituito un corso di alta fornazione, l’unico a livello universitario, dedicato al design del gioiello.
Oltre al corso universitario, lei coordina la giuria del Italian Jewellery Award, uno dei pochi riconoscimenti del settore.
L’Italian Jewellery Award è l’unico premio italiano dedicato al settore orafo di importanza internazionale e pertanto è una vetrina di estrema importanza e prestigio per i talenti e le aziende italiane. Ben 3 degli 8 premi sono dedicati ai giovani designer. Le anticipo che per l’edizione del prossimo anno stiamo lavorando con il Politecnico, Universal Marketing, organizzatore dell’evento e con i consorzi campani a un concorso internazionale in modo da poter promuovere e valorizzare le eccellenze del gioiello campano in ambito internazionale, con gli studenti delle principali scuole di design del mondo.
Il settore orafo è poco “valorizzato” in Italia. Cosa si dovrebbe fare perché acquisti la posizione che merita?
L’Italia è il primo produttore di gioielli al mondo e ha delle tradizioni produttive straordinarie. Si basa su un modello di piccola media impresa a carattere familiare che abbiamo visto essere un modello efficace dal punto di vista imprenditoriale eppure al gioiello non è riconosciuta dignità artistica, come avviene nel resto del mondo, soprattutto nei paesi anglosassoni. Ma non sono solo gli aspetti culturali che andrebbero potenziati. Le aziende orafe italiane non investono in formazione e quindi nei giovani. Inoltre sono poco inclini alla ricerca, che significa rinunciare all’ innovazione, non favoriscono il passaggio generazionale e le contaminazioni con ambiti merceologici trasversali. Credo che tale chiusura –mentale, culturale, manageriale- rappresenti e rappresenterà sempre di più un forte ostacolo alla crescita del settore. Ed è un vero peccato.
Lei è spesso a contatto con i giovani. Oggi ci sono molti giovani interessati al mondo orafo?
Il gioiello incuriosisce molto i giovani per la sua capacità, tipicamente italiana, di mettere insieme mani e mente, artigianato e tecnologia, pezzo unico e produzione seriale. Non è un caso se il corso di alta formazione in design del gioiello riceve molti consensi tra i giovani, perchè hanno modo di lavorare con le mani ma anche di prototipare i gioielli con Rhino, software di modellazione 3d, e poi mettere in pratica quello che hanno imparato nelle principali aziende orafe italiane e internazionali. Il corso si avvale infatti di sponsor intelligenti e sensibili che offrono stage agli studenti del corso dando loro l’opportunità non solo di imparare sul campo ma anche, spesso, di restarci.
Quali sono i suoi consigli per una collezione di gioielli che possa essere in linea con i tempi e avere successo?
La mia ricetta può essere sintetizzata come “Innovare la tradizione”. L’Italia ha uno straordinario patrimonio di tecniche e materiali che aspettano solo di essere riscoperti dalle nostre aziende orafe e il design potrebbe rappresentare lo strumento per farli rivivere in un’estetica contemporanea. Pensate per esempio al corallo o alla filigrana, solitamente impiegati per riprodurre gioielli antichi o popolari. Designer come Alba Lisca, Giorgio Vigna e Rossella Tornquist hanno dimostrato che tali materiali e tecniche possono essere elegantemente reinterpretate secondo il gusto corrente con evidenti benefici sia per l’innovazione formale che per gli aspetti commerciali. (Serena Burioni)







