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Roy Lichtenstein, Meditations on Art

Roy Lichtenstein
Roy Lichtenstein

La mostra  (a La Triennale di Milano fino al 30 maggio) presenta cento opere del genio della pop-art americana, fra tele di grandi dimensioni e multipli, ed è realizzata grazie al contributo di prestigiose collezioni internazionali, tra le quali il Ludwig Museum di Colonia, il Whitney Museum e il Guggenheim Museum di New York.   Lo spirito dell’arte pop americana degli anni pioneristici si caratterizzava per l’ appropriazione di tutto il patrimonio iconico contemporaneo, dalle celebri lattine di Campbell Soup all’icona della sedia elettrica (Warhol), agli scarti urbani (Rauschenberg), alla bandiera americana (Jasper Johns), ai fumetti e al loro linguaggio visivo (Lichtenstein).
Ecco il pensiero di Lichtenstein: se tutto il materiale visivo è interessante, dagli oggetti di uso quotidiano alle vignette dei fumetti, perché allora non appropriarsi anche delle iconografie della storia dell’arte? A partire da questa premessa – che pure non è nuova: chi può dimenticare la Monna Lisa con i baffi di Duchamp? – il risultato è innovativo. Ciò che è riletto alla luce del linguaggio visivo dei fumetti è soggetto ad attualizzazione ironica e beffarda, a riduzionismo visivo, o alla verifica. L’atteggiamento di attingere contemporaneamente dal presente come dal passato è post-moderno, come sottolinea il curatore Gianni Mercurio: le opere selezionate per la mostra, bellissime nella mirabile tecnica, ci confermano il genio di un Lichtenstein sempre più contemporaneo, immaginifico e irriverente. In una chiara suddivisione fatta per sezioni tematiche e cronologiche passiamo in rassegna le maggiori correnti della storia dell’arte, dall’arte americana degli anni Cinquanta, alle iconografie medievali, dalle principali avanguardie europee (Cubismo, Futurismo, Espressionismo, Surrealismo, il De Stijl di Mondrian e il Cubismo degli anni Trenta di Lèger), all’iconografia classica (il Lacoonte greco), fino ad arrivare alle più recenti avanguardie americane (l’Espressionismo astratto), rivedute e corrette alla luce dello strumento ironico del fumetto.  Nelle opere che inneggiano al Cubismo, il tema della natura morta è il fulcro del gioco trasfigurante. Qui troviamo Still Life with a Goldfish (1974), di chiara origine matissiana, in cui l’ironia beffarda accosta il pesce rosso dell’opera originaria ad una oh so american! pallina da golf. In questa sezione spicca il Purist Painting with bottles, che strizza l’occhio ad Ozenfant, in cui la riduzione pop, attenuando il rigore del quadro, racchiude l’immagine in una equilibrata composizione di gusto quasi minimalista.  Nella sala dedicata all’espressionismo tedesco, Lichtenstein reinterpreta Kirchner (in Portrait of a Woman, 1979), e il primitivismo delle bagnanti di Schmidt – Rottluff. Spicca la bella Espressionist Head, scultura in bronzo dipinto e patinato con base in legno, del 1980. Nel seguire l’ordine cronologico, ci imbattiamo in una delle opere più belle della mostra, il dipinto dal titolo Red Horseman, (1974) il cui modello è il nostro Carrà, in rossi fiammeggianti, dove il reticolato in puntini rivela l’intima staticità dell’opera ispiratrice, conferendogli una dimensione illustrativa a dir poco scultorea. Più raffinato, in una ricerca che attinge alle radici più profonde del futurismo, è l’Imperfect Painting, cui fa da contrappunto ironico una Perfect Painting, ripensamento di una Compenetrazione iridescente radiale di Balla.  Le pitture che si rifanno a Legèr e al mito dell’uomo macchina degli anni Trenta mostrano come quel linguaggio pittorico non sia in contrasto con quello del fumetto, ma quasi ne rappresenti una forma di ideale anticipazione. Nel confronto con il classico dell’Impressionismo francese rappresentato dalla cattedrale di Rouen di Monet nell’opera The Rouen Cathedral seen at three different times a day (1969) del museo Ludwig di Colonia, il reticolato in chiazze e puntini annulla completamente l’effetto atmosferico: la cattedrale, nelle sue tre colorazioni rosso, viola e verde, sembra un souvenir kitsch.  La sezione che ci lascia letteralmente senza fiato, per la grandezza e bellezza delle opere, è quella in cui l’artista reinterpreta il Surrealismo, i cui pattern visivi sono fonte d’ispirazione per un gruppo di opere originalissime. Ricordiamo Reclining nude (1997), ispirato alle sculture di Henry Moore, in cui l’uomo con la cravatta, riferimento a Magritte, si trasforma in un’effigie pop; accanto al monumentale Figures in a landscape (1977), occorre segnalare l’opera dal titolo Girl with a Tear (1997), che si rifà all’immagine della donna che piange di Man Ray, collocata su un paesaggio da sbarco dell’uomo sulla luna, riferimento culto alla pittura di Jean Arp. L’ironia è un gioco perfetto, per scambiare parole con significati e rivedere atteggiamenti mentali ormai acquisiti insinuandovi il dubbio. La massima ironia è raggiunta dall’artista in un gruppo di quadri, in cui gioco ironico si estende dal campo del visivo a quello verbale: il dipinto Picture and Pitcher (1978), che raffigura ottusamente un quadro ed una brocca, gioca sull’assonanza dei due termini inglesi. Poi, in quelle opere in cui il puntinismo regolare ed ossessivo imprigiona la pennellata selvaggia cara gli artisti dell’Espressionismo astratto, l’ironia si fa strumento dissacrante: la celebre Little Big Painting, storica del 1965, ne è un famoso esempio. In Endless dripping la sgocciolatura pollockiana è causticamente ridotta ad una colonna infinita brancusiana sotto forma di totem verticale.  Occorre, infine, ricordare che la mostra è corredata anche di un interessante contributo video, capace di svelare alcuni dei segreti della tecnica pittorica del maestro: quale modo migliore per soddisfare la curiosità di pubblico colto e meno colto?  (Glenda Cinquegrana)

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