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L’intervista a Gabriele Basilico
Gabriele Basilico fotografo della città fra passato, presente e futuro. In occasione della mostra che Palazzo delle Stelline a Milano dedica alla Istanbul 05 010 di Gabriele Basilico, abbiamo chiesto al maestro della fotografia italiana di raccontarci dei suoi ritratti delle città contemporanee fra passato, presente e futuro.
Raccontaci dei tuoi viaggi ad Istanbul del 2005 e del 2010, che sono il riferimento al titolo di questa ultima mostra. Quando nasce il tuo interesse per di Istanbul?
La mia curiosità nei confronti di Istanbul risale agli anni Settanta, quando ero ancora un giovane studente di architettura. Nell’agosto del 1970 feci un lungo viaggio in auto partendo da Milano la cui meta era Persepolis, città del Golfo Persico. Percorremmo 14.000 mila chilometri lungo la dorsale centrale del paese che passa dall’Anatolia e, passando per Istanbul, arriva fino al confine con l’Iran. Ricordo quel viaggio come un’esperienza straordinaria, pioneristica, in una Turchia alle origini della modernità. Nel 2005, poi, sono stato invitato ad Istanbul come testimonial di una Biennale di arte contemporanea che aveva come tema principale quello della città: i curatori vollero che scattassi le fotografie che costituivano l’elemento visivo di comunicazione del fil rouge di quella edizione della Biennale. Nel 2010, anno in cui Istanbul è stata capitale Europea della Cultura, sono infine ritornato per completare la ricerca iniziata in quell’occasione.
Cosa ti ha colpito della Istanbul di oggi?
La cosa più interessante, dal mio punto di vista, è la promiscuità fra una città della tradizione che si sovrappone senza soluzione di continuità a quella della post-modernità. La tradizione, rappresentata dalla città raccontata da Pamuk e da fotografo Ara Güler è quella della città piena di polveri, delle persone che viaggiano compresse nei vecchi tram, dei dolmusi, i taxi collettivi, e i carretti tirati a mano. Questa realtà è ancora viva e convive favolosamente con la città di oggi. L’Istanbul odierna è una metropoli che, con il suo museo di arte contemporanea ricavato da una fabbrica, gli alberghi eleganti, le gallerie d’arte, le discoteche, è una sorta di New York dell’Oriente.
Nella tua carriera di fotografo hai fotografato più di sessanta città. Qual è un lavoro che in questi anni ti ha più stimolato?
Un lavoro che ricordo con particolare piacere è quello dedicato alla Silicon Valley, realizzato su incarico del MOMA di San Francisco. Inizialmente i curatori del museo mi avevano invitato a realizzare un lavoro su San Francisco, città visivamente troppo definita nell’immaginario collettivo a causa dell’apporto alla tradizione visiva offerto dall’industria cinematografica. Ho proposto, invece, il tema della modificazione sociale del territorio provocata dal nuovo distretto industriale della Silicon Valley. E’ un progetto che mi è caro perché lavorare in quell’area mi ha permesso di confrontarmi con una tradizione fotografica ricchissima e affascinante come quella della West Coast americana, che va da Muybridge nell’Ottocento fino a Richard Prince.
Raccontaci della tua ‘Mosca verticale’.
Il lavoro fotografico dedicato a Mosca è un progetto unico. In un viaggio di qualche anno fa ero rimasto particolarmente affascinato dalle sette torri di Stalin, originariamente concepite come centro di un ideale monumento che cingeva il Palazzo dei Soviet, mai completato. Le sette torri sono dotate di un valore simbolico e monumentale fortissimo. Chi ha la possibilità di salirvi gode di un osservatorio da cui poter guardare a tutta la ‘forma’ della città. Ho scelto, quindi, di utilizzare le torri come trampolino da cui lanciare il mio sguardo. Nel mio viaggio, avevo potuto osservare, poi, che la città, poiché non è costruita secondo i modelli di sfruttamento capitalistico del suolo, si sviluppa lungo la dimensione orizzontale. Questo ha costituito lo stimolo alla costruzione di una prospettiva che, per contrappasso, fosse ‘verticale’.
A che cosa si deve l’unicità del progetto di Mosca verticale sotto il profilo visivo?
In passato, quando realizzavo i miei lavori urbani, le vedute erano incompatibili con la progettualità antiestetica del lavoro. Per il progetto su Mosca, invece, ho scelto di confrontarmi unicamente con il genere della veduta. Ma non solo. Siccome dalle torri di Mosca la verticalità è pericolosa e il rischio di cadere è reale, ho cercato di inserire nella visione dall’alto la sensazione di vertigine, e di comporre l’attrazione per il vuoto con la visione dello spazio. Il risultato è che le prospettive sono sbilenche: gli orizzonti sono verticali.
Il lavoro su Berlino, invece, sembra un catalogo della migliore architettura contemporanea.
Berlino ha una particolarità che la rende unica: è una città che ha avuto il coraggio di ricostruirsi anche quando è stata vicina alla morte, e oggi è costantemente impegnata nel sforzo di riagguantare il filo della storia. Questo atteggiamento lo percepisci dall’energia che la città sprigiona. Inoltre è il più grande laboratorio di architettura moderna e contemporanea d’Europa: a Berlino il fotografo si trova ad avere a disposizione esempi notevoli dell’architettura del secolo scorso, dal monumentalismo nazista di Spere fino al decostruttivismo rappresentato da Liebeskind. Componi tutto questo con la possibilità di osservare il processo instancabile di produzione di architettura nuova. E’ uno spettacolo esaltante!
Qualche anno fa mi aveva colpito il tuo lavoro dedicato a Montecarlo. Ricordo che la sera dell’inaugurazione le tue foto furono tacciate dal pubblico di una certa crudezza.
Non faccio mai delle foto di denuncia, ma ‘di constatazione’ dello stato delle cose. Montecarlo è una città che si dibatte per trovare il suo spazio: la natura e l’architettura, per le caratteristiche orografiche del suolo, ingaggiano una vera e propria lotta di conquista, la cui la posta in gioco è alta, soprattutto sotto il profilo economico. Ho semplicemente cercato di cogliere questa tensione nella forma del paesaggio e degli edifici.
Per quanto riguarda i tuoi progetti futuri, puoi darci qualche anticipazione?
Sono stato di recente a Shangai, dove ho realizzato un lavoro non ancora pubblicato. Un fenomeno interessante da osservare in quella città è la moltiplicazione del numero dei grattacieli: secondo le statistiche entro la fine dell’anno nel centro di Shangai ce ne saranno ben 5.000. Il fenomeno dei grattacieli che fagocitano lo spazio urbano, inghiottendo voracemente le costruzioni che vivono nella dimensione orizzontale è la chiave di lettura per la interpretare la Shangai del futuro.(Glenda Cinquegrana)







