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La trilogia di Francesco Jodice al MAMbo di Bologna

Francesco Jodice
Francesco Jodice

Da qualche anno il documentario è un genere in auge. Il successo di Michael Moore ha riportato al cinema un genere che, nel suo essere a metà fra l’inchiesta giornalistica e la satira beffarda, è un prodotto imitatissimo: Draquila della Guzzanti è la dimostrazione di una moda che quest’anno ha invaso anche il festival del cinema di Venezia. Chi alla parola documentario evoca il National Geographic e la piacevole discorsività di Piero Angela, avrà di che stupirsi nello scoprire che il genere del documentario è entrato perfino nella videoarte. A portarlo nell’arte contemporanea è stato Francesco Jodice, (Napoli, 1967), film-maker e fotografo, figlio dello storico maestro della fotografia italiana Mimmo. La sua trilogia dal titolo CITYTELLERS è in una mostra al MAMbo di Bologna sino al 26 settembre 2010 dove, in esposizione sottoforma di ciclo completo, è finalmente visibile in una felicissima fruizione di stampo cinematografico.
Lungi dall’essere un’opera documentaria di taglio comico-apodittico alla Michael Moore, la trilogia di Francesco Jodice – che si compone di tre film, SAO PAULO_CITYTELLERS (film, HD 47′ 48”, 2006), ARAL_CITYTELLERS (film, HD 48′ 06””, 2010) e DUBAI_CITYTELLERS (film, HD 57′ 45”, 2010) – consiste in tre video d’arte che sono concepiti come di veri e propri film della lunghezza di un’ora, che fanno liberamente uso dello strumento inchiesta documentaria e della narrazione di taglio fantastico.
Ci troviamo di fronte ad un prodotto d’arte, duttile per le destinazioni d’uso più diverse, che vanno dal museo, al cinema, alla televisione. Il primo video della serie, SAO PAULO_CITYTELLERS (2006), prodotto dalla DARC e dalla Fundazione Biennale di San Paolo, ha avuto un successo tale da circuitare prima per le più importanti sedi museali internazionali – dalla biennale di Architettura di San Paolo al Reina Sofia di Madrid – per poi approdare alla Tv brasiliana. Infine Vincent Todoli, direttore della Tate Modern, lo ha voluto in visione permanente sul sito del museo. Da qui è scaturita poi l’idea di estendere il progetto iniziale ad una trilogia, resa possibile, nei due capitoli successivi, dal contributo economico della Banca UniCredit.
Nel primo video, SAO PAULO_CITYTELLERS (film, HD 47′ 48”, 2006), il taglio apocalittico riconducibile ad un certo clima post- September Eleven è sintetizzato dalla frase di Paolo di Tarso che chiude il documentario (Questo mondo, così come noi lo vediamo, sta per sparire); nel complesso il film, in un sofisticato lavoro di analisi, stigmatizzava alcuni fenomeni di self-organization, frutto del naturale adattamento dei cittadini alla realtà del territorio in un contesto di totale vacanza delle istituzioni, che, visto in una delle città più popolose del mondo, produce alcuni fenomeni particolari: lo sviluppo indiscriminato dell’uso personale della polizia privata, quello dell’elicottero come servizio di taxi, e della blindatura delle automobili, fino al pixar come risposta alla segregazione urbana delle favelas.
Più lucido, asciutto è il tono del video dedicato al fenomeno del nuovo urbanesimo di Dubai dal titolo DUBAI_CITYTELLERS (film, HD 57′ 45”, 2010), che meglio esemplifica la spietatezza di un capitalismo che, grazie alla facile promessa di una vita di migliore, prospera sullo sfruttamento di manodopera proveniente da tutto il mondo. Il video, che mostra il lato oscuro che si cela dietro la scintillante metropoli cresciuta nel deserto, concepita come vera città parco divertimento per ricchi, e che nella legge musulmana giustifica le più atroci forme di sfruttamento della persona, si chiude con la bellissima immagine della cattedrale che si eleva nel deserto, che fa omaggio ai più bei classici del cinema sulla città.
Poetico e commosso è, invece, ARAL_CITYTELLERS (film, HD 48′ 06”, 2010), dovuto al fascino del luogo non – luogo, rappresentato dal più grande mare salato del mondo prosciugato a seguito della deviazione dei fiumi che lo alimentavano, voluta dai russi nel 1958, ed oggi espressione di uno dei più imponenti disastri ambientali mondiali. Jodice si sofferma con sguardo partecipe sulla debole sopravvivenza delle comunità di pescatori che vivono ancora attorno al lago e che continuano a riprodurre gli stessi riti, dove l’illusione del mare è più forte della realtà della sua assenza. Intenso è il tono cinematografico di alcuni momenti – come quello del bagno dei kazaki nelle pozze d’acqua che restano nel lago – che si affiancano a quelli di verità documentaria, che raccontano lo sfruttamento programmatico del territorio messo in atto dai russi con la stazione di sperimentazione delle armi chimiche sull’isola del Vozrozhdeniya, a discapito di qualunque forma di vita umana.
Questo complesso prodotto visivo, che nella forma delle trilogia si presenta come lavoro monumentale, non rinuncia mai all’oggettività della video intervista né alla purezza delle inquadrature quasi ‘fotografiche’. In un momento storico dominato dalla superficialità dell’intrattenimento cinematografico, questa opera toglie finalmente allo spettatore il lusso dell’indifferenza nella fruizione passiva delle immagini.(Glenda Cinquegrana)

approfondimenti
The Studio – Glenda  Cinquegrana
glendacinquegrana.com

Tags: Glenda Cinquegrana

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