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C/Orpo, la prima personale di Persefone Zubcic a Milano
Dodici scatti in bianco e nero raccolgono il corpus della ricerca più recente della giovane artista croata Persefone Zubcic: saranno esposti in occasione di C/Orpo, la prima personale milanese della fotografa, in mostra presso Glenda Cinquegrana: The Studio in via Sforza 49 I a Milano.
Per la Zubcic il C/Orpo è oggetto e soggetto dell’obiettivo fotografico, laddove la sua ricerca corre lungo il confine tra l’atteggiamento fotografico e quello performativo. Ispirandosi alla migliore tradizione dell’arte di performance, l’artista afferma di non avere altro modo di conoscere l’umano se non assumendo su se stessa il dramma teatrale dell’esistenza, attraversandolo e confondendosi con esso. L’artista dichiara: fra i corpi di questa natura che mi appartiene io trovo il mio proprio corpo che si distingue da tutti gli altri per una particolarità unica: il corpo che ho non è soltanto un corpo ma è il mio; è il solo corpo di cui dispongo in modo immediato per capire la realtà che mi circonda. Sia quando mette in scena se stessa, sia quando cattura quello altrui, il corpo è grande mistero da indagare, poiché l’essere umano vi si rivela nella sua totalità.
I suoi scatti raccontano innanzitutto la sfera personale dei suoi rapporti intimi, in cui sono inclusi quelli con familiari, ovvero il padre e la madre ed il compagno della madre, in una relazione in cui si intrecciano amore, perversione e comportamenti allucinatori ai limiti della psicosi e le patologie psichiche della sfera familiare, secondo le dottrine dell’antipsichiatria di Ronald Laing. Per la Zubcic la fotografia costituisce lo strumento per rovesciare un rapporto di amore e fascinazione, sudditanza e dipendenza, in uno sguardo che brillantemente sovrappone l’intensità partecipativa della figlia all’oggettività lucida dell’artista.
Secondo oggetto della sua pratica artistica sono gli emarginati ed i folli: si tratta di amici che posano come modelli nelle ‘situazioni’ fotografiche che lei costruisce, e nelle quali essi vestono le mentite spoglie di personaggi dell’iconografia cristiana, o sono raffigurati come asceti e pazzi in Cristo. Di fronte ad essi la Zubcic, che è interessata alla deformità quando questa si trasfigura in un’immagine inaspettata, rilegge il dettaglio anatomico alla luce di un’attenzione da anatomo-patologa.
Ed è qui che il sacro si fonde perfettamente con il profano, il bello con il mostruoso, il disperato con il poetico, e le atmosfere si fanno sature, ai limiti della crudeltà. I titoli delle opere, che sono numerati per alludere all’hic et nunc del momento performativo, riprendono altrettanti versetti delle Sacre Scritture, in cui si fa riferimento alla tema resurrezione. E’ questa la chiave di lettura del lavoro della Zubcic: quel corpo macilento ed osceno alla luce dell’obiettivo dell’artista si illumina di sacralità primordiale, e trova una sua via di uscita alla non-speranza di resurrezione. (testo critico di Alessandro Trabucco)
Glenda Cinquegrana: The Studio, www.glendacinquegrana.com







